Neo

Quando seppe che dovevo toglierlo non le sembrò vero. Preparò tutto, mi disse dove sarei dovuto andare - anzi saremmo dovuti andare - per risolvere la situazione. Mi diede un orario, mi aspettò mentre guardava Corradino Mineo. Di fronte allo sportello ha lasciato che parlassi io, per non attentare al mio orgoglio che, cinque mesi prima, s'era trasformato da quello del figlio a quello di maschio. Il mio status era cambiato per meriti sul campo: le ero stato vicino quando preparavamo il letto, di mattina, a suo marito, mio padre, che stava morendo. Quindi lasciò che mi dirigessi senza di lei in sala operatoria, ma si stava torturando le mani secche di tramontana, seduta in pizzo ad una sedia in formica celeste, pensando che suo figlio era lì, da solo, in mezzo a odore di disinfettante che fa svenire, e doveva togliersi un neo. Mi rivide tornare dopo mezzora, senza troppo bianco in faccia, sulle mie gambe, privo di qualsiasi infermiera che mi aiutasse a camminare dritto. Mi chiese come stavo per tre volte, il mio -bene non le dava soddisfazione, dovevo accusare qualche malessere, anche una nausea piccola. Quando gli dissi che avevo solo fame, mi mise davanti due brioches alla crema e un tramezzino. Ma la cosa che le diede vera gioia fu la prescrizione del chirurgo di spalmare, ogni sera, una crema sulla spalla, dove mi avevano asportato il neo. Per quindici giorni. Per quindici giorni l'ho vista staccarmi cerotti con premura, esagerare con la crema per la ferita, complimentarsi per il buon lavoro fatto. E' sempre stata così, per me, per tutti. E' sempre stata un unguento da spalmare sulle ferite.

M'ero preparato bene. Avevo pulito casa dalla mattina. Angoli del bagno che nemmeno sapevo che esistevano mi avevano restituito capelli e batuffoli di polvere. Avevo strofinato la macchietta di calcare sul piatto della doccia, perchè era possibile che alla fine ci sarebbe stata una doccia. Di tutti e due. Insieme, intendo. Perchè dovevo far vedere che ero sì un maschio, ma pulito, non lo stereotipo dell'uomo che non bada all'igene. Quindi bagno pulitissimo. Avevo pensato un bel po' anche alla differenza saponetta/sapone liquido. Di sicuro la saponetta conferisce al bagno quel sapore retrò di lavanda e di cura antica del corpo. Però non è bella da guardare quando ti sei lavato. Rimane umida, e poi si secca e si vede la schiumetta. Conta, eh. Dovresti metterla lì nuova. Ma si capirebbe che hai preparato tutto, che non sei disinvolto. Avevo deciso la tattica del disinvolto, quindi dovevo portarla avanti con stile, no? Se avevo applicato la tattica dell' imbranato-simpatico-che-sorride-delle-sue-disavventure la saponetta con la schiumetta secca ci stava. Vabbè. Alla fine avevo comprato il sapone liquido al sandalo e lo avevo messo in dispenser in ceramica. Che poi come cazzo mi sarà venuto in mente di comprare un dispenser in ceramica. A me l'odore del sandalo mi è sempre piaciuto, mi sembra un odore rassicurante. Mi andava di farti mangiare pesce. Sia perchè è buono, sia perchè bisogna saperlo cucinare. Saper cucinare sono mille punti agli occhi delle donne. Ma non volevo fare una cosa ricercatissima: se applichi la tattica del disinvolto non devi ingessarti troppo sulla ricercatezza della ricetta perfetta. Una cosa buona ma popolare, gustosa e immedita. Tipo le cozze. O l'insalata di polpo. Avevo deciso per le cozze e avevo preso un vino bianco frizzante consigliato più dal prezzo che dall'effettiva fama. A me non piace il vino, bevo solo gli spumanti, praticamente. Lo champagne sa di piedi (si sa) e poi stride coll'immagine del disinvolto in cui ti sei incastrato. Vabbè. Le tartine di rito, salmone/gamberetti/arancio. Perchè sei vegetariana, e non posso contare sulla superbia del porco e dei suoi derivati. Avevo pensato anche ai bicchieri, avevo preso l'Amaro del Capo ché è il massimo del disinvolto, avevo scelto la musica. All'inizio m'ero lasciato convincere dall'idea della bossanova, perchè pensavo ad un attacco brioso e una situazione giovane. Ma poi ho pensato, se faccio il disinvolto vado sul ricercato. Non banale. Disinvolto e ricercato. Uno che fa ricerca senza sentirne il peso, ma per assoluto bisogno. Atmosfere dilatate. In sottofondo. Giardini di Mirò. Perfetti. Avevo cambiato le lenzuola e messo i libri che stavo leggendo in bell'evidenza. Ma un po' sfasati, sempre per la storia del disinvolto. Pure la libreria, piena zeppa e disordinata. Grandiosa. Mi piace come il dorso colorato dei libri arreda la casa. E' per questo che i libri sono una cosa bellissima. Perchè come sempre sono importanti. Le candele colorate spargevano un odore che veniva voglia di mangiarlo, tu eri bellissima e avevi scoperte le parti che adoro guardarti. Io avevo messo la camicia. Quando mi sono svegliato avevi la faccia sul letto, col cuscino spostato. T'ho guardata e mi sentivo come gli uomini delle pubblicità dei biscotti della colazione: maturi, attraenti, sorridenti e con la dentatura perfetta.E c'hanno pure un bel lavoro (stanno sempre in giacca e cravatta e sicuro di fuori è parcheggiata l'Audi A4 grigia). Poi sono andato in cucina e ho preparato il latte e biscotti all'anice. E sei arrivata con il ciuffo disordinato, i piedi nudi e la faccia assonnata e sorridente. E non ho potuto fare altro che innamorarmi e rendermi conto di quanto fossi stupido.

L'ingresso col neon grande, la rampa per le ambulanze, le scale e gli ascensori lunghi, il linoleum sul pavimento, il verde delle pareti, le ciabatte trascinate, i passi incerti, i deambulatori, la saletta con la tv e le sedie a rotelle, la statua di padre pio coi rosari attaccati, i quadri bruttissimi, il manifesto di un congresso medico, la saletta delle infermiere, i succhi di frutta, il bar delle flebo su trampoli, pigiami e scatole di cioccolatini, l'intimità condivisa, i calzettoni ad agosto, gli occhi gialli, le barbe lunghe, i pigiami nuovi, la cappella essenziale con pochi banchi, i golf sopra i pigiami, i sorrisi carichi di angoscia, le mani strette come non si erano mai strette, gli sguardi rassegnati, il gergo tecnico pronunciato da occhi bassi per confondere una sentenza di condanna, le speranze, i sorrisi, le buste di plastica con le canottiere pulite, i succhi di frutta, la minestra alle diciotto e trenta, i biscotti, le sedie di formica grigia, l'odore secco di disinfettante, che dà la nausea, e ti spinge fuori, nell'aria calda di pino, e le aiuole sono ben curate e ospitano panchine all'ombra. La vita riprende con la fronte aggrottata e i salvi respirano di nuovo per sentirsi più tristi e fortunati.

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