Del casino che ho fatto adesso quasi me ne vergogno.
Non sono stato capace di fermarmi e passare in rassegna le emozioni, dovevo circondarmi del silenzio adatto a far decantare lo sgomento che gonfiava le vene del collo e non trovava altri sbocchi se non quello di ossigenare l’inadeguatezza che avevo costruito al solo scopo di sottrarmi alla possibilità della felicità.
Ad un certo punto mi sembrava di assistere alla vita come quando guardo le finestre dei palazzi, immaginando l'esistenza delle persone che abitano quelle stanze. Ho cercato senza rispetto la parola adatta a farmi respirare l’illusione di pochi minuti. A forza di procrastinare il dolore questo s’è affastellato in blocchi granitici, che alla fine son precipitati dentro lo stomaco, alcuni fermandosi sbriciolati nella bocca. Ancora ne sento la consistenza rozza che scricchiola in mezzo ai denti.

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