La mattina presto l’ossigeno entra nel naso e fa quasi male, ed è come se respirassi per la prima volta.
Sto attento a gonfiare prima l’addome e poi il torace, ma non è facile, perché la milza reclama attenzioni e mi fa correre storto, con una mano sul fianco, come se stessi sanguinando o fuggendo da un coltello che ha già colpito. Guardo dove metto i pedi, il sentiero è pieno di sassi e radici, e riscopro un’agilità che credevo d’aver abbandonato sul taraflex della palestra, milioni di anni fa.
Gli occhi sono asciutti, tranne quando lo sforzo bagna le narici ed appanna gli occhi di una patina sottile.
Ho deciso di condividere la fatica con tutto il corpo, non solo con il cuore.
Penso faccia bene. Avrò addominali scolpiti e peso già cinque chili in meno.
Corro con la giacca di North Face perché provo gusto nel sentirmi sudare, ed immagino i pori delle spalle che eruttano tossine e rimorsi, assorbiti dalla maglietta della salute, la stessa che mia madre mi consigliava sempre di usare, anche d’estate.
E pensare che non m’è mai piaciuto correre.
Anche durante gli allenamenti, era la parte che più odiavo.
Ad un certo punto ne ho sentito il bisogno, a dispetto delle convinzioni ferree.
Dovrei smetterla di ascoltare Fillmore Jive, quella chitarra obliqua e sciatta sollecita pensieri in la minore, che è una nota bella, credo la più bella, perché dentro ci sta tutto.
Meglio correre.

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