L'ingresso col neon grande, la rampa per le ambulanze, le scale e gli ascensori lunghi, il linoleum sul pavimento, il verde delle pareti, le ciabatte trascinate, i passi incerti, i deambulatori, la saletta con la tv e le sedie a rotelle, la statua di padre pio coi rosari attaccati, i quadri bruttissimi, il manifesto di un congresso medico, la saletta delle infermiere, i succhi di frutta, il bar delle flebo su trampoli, pigiami e scatole di cioccolatini, l'intimità condivisa, i calzettoni ad agosto, gli occhi gialli, le barbe lunghe, i pigiami nuovi, la cappella essenziale con pochi banchi, i golf sopra i pigiami, i sorrisi carichi di angoscia, le mani strette come non si erano mai strette, gli sguardi rassegnati, il gergo tecnico pronunciato da occhi bassi per confondere una sentenza di condanna, le speranze, i sorrisi, le buste di plastica con le canottiere pulite, i succhi di frutta, la minestra alle diciotto e trenta, i biscotti, le sedie di formica grigia, l'odore secco di disinfettante, che dà la nausea, e ti spinge fuori, nell'aria calda di pino, e le aiuole sono ben curate e ospitano panchine all'ombra. La vita riprende con la fronte aggrottata e i salvi respirano di nuovo per sentirsi più tristi e fortunati.

Alla fine con la foto c’ho fatto un filtro. Non avevo cartoncini, biglietti dei treni, nemmeno un biglietto da visita, niente. Avevo pensato di farlo con la tessera della libreria, ma mi mancavano solo due timbri per avere un buono sconto da dieci euro. Allora ho preso la foto che mi ero cartonato e l’ho tagliata precisa, due centimetri per due centimetri, all’altezza del viso. Non era per esorcizzare o dare una svolta simbolica al passato, no. Mi serviva solo un filtro, e in quel momento c’era solo la sua faccia che mi sorrideva quando insieme eravamo andati al mare e lei era perfetta e io avevo i jeans. I jeans al mare. Nella foto si vedevano i suoi sandali e le mie scarpe da ginnastica. Mi serviva un filtro e basta, era sera e pensavo che quella foto facesse al caso mio, non avevo niente da arrotolare, qualcosa di vagamente rigido che tenesse rigida la cartina il tabacco e tutto il resto. Non ci penso più da un bel po’ a lei, quella foto è uscita fuori quando mi serviva un pezzo di cartoncino per farmi una canna. Non è la miglior cosa, una foto, per fare i filtri. Sulla carta della foto è pieno di chimica e ti fumi pure quella. Già quello che fumo è robaccia tipo lucido di scarpe, se ci metto pure la chimica delle foto finisce che mi sconvolgo come i ragazzini nelle fogne di Bucarest. Però era l’unica cosa che avevo al momento, mica potevo strappare un pezzo di copertina dei libri. Ho cercato per un po’, ma niente, solo quella foto. Volevo fumare, avevo una voglia assurda di fumare, la foto era lì sul tavolo e faceva un caldo terribile, volevo fumare e c’era lo stesso caldo di quella giornata al mare, quando mi teneva per mano e io le dicevo che sembravamo quelli della pubblicità del profumo, e immaginavo che tutti ci guardavano e dicevano guarda che bella coppia. Non avevo nient’altro che quella foto per fare un filtro, allora ho piegato il cartone all’altezza della sua testa, ho strappato un rettangolo di foto e l’ho arrotolato. Le ho staccato la testa perché lei mi ha portato via il cuore.

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