Camminava lento, col passo di chi sa camminare.
L’asino che lo seguiva sembrava rassegnato alla vita sempre uguale, fatta delle stesse ceste, della stessa strada, dello stesso cibo e della stessa sera, racchiusa dentro la stessa cornice viola e rosso di tramonti inquinati.
Tutti i giorni, arrivato in cima al cocuzzolo della collina, lì dove il sentiero caracollava in curve strette per addolcirne il pendio, si fermava a guardare l’orizzonte delle montagne basse, spezzato dai tralicci della luce, e l’amaro per i colori scomparsi di una volta gli faceva digrignare i lati degli occhi, che diventavano cretti marroni e profondi.
Ad un certo punto abbracciò l’asino e sembrava gli stesse sussurrando qualcosa.
Era stanco, Ermete.
Si concesse un grumo di rabarbaro e nodi mai sciolti, e si rese conto che la cucina, l’orto, la vigna, il tramonto, erano tutti a metà.
L’altro pezzo se l’era portato via la moglie - dopo averlo piegato come faceva con le tovaglie - durante un pomeriggio d’estate bollente, dentro un infarto discreto e poco scenografico.
S’erano incontrati e mai conosciuti, nonostante i cinquantacinque anni passati a riposare sopra le stesse molle del letto. La pragmatica contadina deprecava lo sperpero di parole non strumentali alle stringenti necessità quotidiane, che cominciavano alle cinque di mattina e finivano col soffio sulla fiamma del lume a petrolio.
Ma quella mattina, uscendo di casa, s’accorse di non avere un calendario e la cucina era enorme e senza odore, e lui aveva lasciato gli attrezzi per la solitudine dietro al capanno.
Era stanco, Ermete, ed il padreterno aveva cambiato la gelatina alle luci, mettendo quella cobalto che si chiazzava, minuto dopo minuto, di finestre immobili e luminose.
Immaginò che ad una di esse fosse affacciata sua moglie.
Poi scacciò il pensiero, perché quella sera non poteva proprio permetterselo.

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